Agenda ONU 2030. Obiettivo #2: FameZero

di Gaetano Lauricella – Casa della Pace

«Sì, possiamo essere la prima generazione del mondo a fame zero». È decisa e tassativa la sollecitazione rivolta dal direttore generale della FAO, Graziano Da Silva, ai rappresentanti dei sette paesi più industrializzati del pianeta riuniti a Bergamo per il G7 Agricoltura, lo scorso mese di ottobre. Un’occasione privilegiata per discutere di sicurezza alimentare, spreco di cibo, cambiamenti climatici, a due anni dall’approvazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Essa, sottoscritta nel 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU, rappresenta un programma d’azione per i popoli di tutto il mondo, i quali si impegnano a raggiungere, nell’arco di 15 anni, 17 obiettivi globali (Sustainable Development Goals). Si tratta di obiettivi “comuni”, i quali cioè impegnano non solo i governanti del mondo, ma anche i singoli individui: il lungo cammino per portare il pianeta sulla strada della sostenibilità non esonera nessuno.

Una meta molto ambiziosa quella prevista dal secondo dei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile: eliminare entro il 2030 la fame e assicurare a tutte le persone, in particolare i poveri e i bambini, l’accesso a un’alimentazione sicura, nutriente e sufficiente per tutto l’anno. Basta dare un’occhiata agli ultimi dati relativi alla questione alimentare per comprendere come ad oggi l’obiettivo Fame Zero sembri quasi un’utopia. Se è vero che negli ultimi decenni il numero di affamati nel mondo è sceso di 200 milioni, ad oggi 815 milioni di persone sono ancora cronicamente malnutrite, e ciò significa che 1 persona su 9, nel mondo, non ha cibo a sufficienza per poter svolgere una vita sana. Secondo l’ultimo Indice Globale della Fame (GHI 2017), il rapporto sullo stato della fame nel pianeta, sono 52 i paesi nei quali restano allarmanti i livelli di malnutrizione e di insicurezza alimentare. Dall’analisi su base regionale emerge come a soffrire maggiormente la fame sono le popolazioni di Asia meridionale e Africa subsahariana, mentre risulta ancora drammatica la situazione della Repubblica Centrafricana, unico paese a non aver mai evidenziato alcun progresso nella lotta alla fame. Lì l’indice della fame raggiunge un punteggio di 50.9, che nella scala da uno a cento è classificato come estremamente allarmante.

Un quadro preoccupante, quindi, se si considera che nel rapporto mancano i dati di ben 13 paesi, non calcolabili a causa di gravi problemi politici e sociali ma nei quali, proprio per questo, la situazione alimentare potrebbe essere particolarmente grave. Si pensi alla Siria martoriata da anni di guerra civile; o alla Somalia dove siccità e carestia mettono a rischio la vita di 3 milioni di persone e dove il cibo è usato come arma dalle milizie terroristiche: affamare per opprimere le popolazioni nemiche.
Ma perché ancora oggi milioni di persone non hanno accesso al cibo? Come è possibile che, nonostante i progressi della tecnica, la sicurezza alimentare sia ancora in pericolo? Quali sono le cause che rendono ancora lontano l’obiettivo “Fame Zero” previsto dall’Agenda ONU 2030?
Secondo il rapporto 2017 (GHI), la principale causa è da ricercarsi nella relazione tra fame, disuguaglianza e potere. Le profonde e persistenti disuguaglianze basate sull’appartenenza etnica, sulla provenienza geografica, sul genere, sullo status socio-economico o sull’accesso al potere, influenzano direttamente lo status nutrizionale di una persona. Nonostante la tendenza positiva registrata dalle ultime statistiche, l’emergenza cibo resta un fenomeno marcatamente disomogeneo che colpisce quasi sempre le popolazioni già rese vulnerabili da catastrofi naturali, guerre, povertà e carestie. In genere, quindi, sono i gruppi con minor potere sociale, politico ed economico a soffrire la fame: sono gruppi direttamente interessati dalle politiche agricole e alimentari, ma hanno poca voce in capitolo nelle discussioni strategiche che tali politiche le determinano. E tutto ciò in un pianeta in cui mentre 2 miliardi di persone sono vittime di una qualche forma di malnutrizione, allo stesso tempo più di un terzo della popolazione è obesa e spreca il cibo ogni giorno.

Secondo Naomi Hossain, ricercatrice dell’Institute of Development Studies «il primo passo per combattere le disuguaglianze della fame è capire come si integrino all’interno delle disuguaglianze di potere attive nel sistema alimentare e come siano amplificate da esse». Oggi più che mai sono necessari «degli approcci alla questione della fame e della malnutrizione più sensibili alla loro distribuzione irregolare e in grado di rappresentare meglio le disuguaglianze di potere che amplificano gli effetti della povertà e della marginalizzazione in ogni forma di malnutrizione».

Alla riflessione di Hossain fanno eco le parole del ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali Maurizio Martina, il quale durante il suo intervento al G7 Agricoltura ha spinto i colleghi ad un impegno comune: «La questione del cibo è una questione di democrazia e porta con sé tutti i più grandi temi del nostro tempo: dobbiamo costruire nuove regole per mercati aperti, proteggere i modelli agricoli più deboli come quelli a carattere familiare e riconoscere i piccoli produttori. […] Un mondo a fame zero è possibile, ma non cediamo all’idea che tocchi sempre a qualcun altro raggiungere questo obiettivo”.

Il secondo obiettivo dell’Agenda ONU 2030 consegna dunque al mondo una sfida affascinante ed ambiziosa allo stesso tempo: azzerare l’indice globale della fame per ridare dignità ad ogni essere umano su questa terra. Il cammino è lungo, l’impresa è ardua ma non impossibile; richiede uno sforzo che coinvolge tutti: produttori, consumatori, società civile, amministratori e governanti, per una riconversione dei sistemi alimentari. Con l’impegno di ciascuno il pianeta riuscirà nell’unica vera missione che accomuna tutti gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile: “Non lasciare indietro nessuno”.

Per l’approfondimento, visiona il video dell’ONU: Ending Poverty and Hunger