Le radici e le ali – La testimonianza di Alganesc Fessaha

È cominciata con un incontro-testimonianza con Alganesc Fessaha al Caffè letterario Pirandello in contrada Caos, la due giorni di eventi per celebrare la Giornata Mondiale del Rifigiato indetta dalle Nazioni Unite e si è chiusa con la visione del doc-film che racconta il suo impegno a favore dei migranti.

Alganesc, medico di origine eritrea, fondatrice dell’ONG Gandhi, si è raccontata e ha risposto alle domande dei presenti.

Anche lei è una migrante, venuta in Italia e ormai stabilitasi qui. Cosa ricorda dei suoi primi mesi in Italia?

Sono venuta in italia per studiare medicina alla Cattolica di Milano. A quei tempi ero l’unica studente africana. Negli anni ‘70 vedere un africano era inusuale, ma era nei fine settimana che sentivo la nostalgia di casa. La prima difficoltà è stata la lingua, per questo un docente ogni giorno mi dedicava 2 ore del suo tempo libero per insegnarmi l’italiano. Poi sono andata a vivere in una casa per anziani, sono stati loro a farmi sentire il calore della famiglia, mi accudivano come una figlia e sono stati importanti nella mia crescita.

Quando ha cominciato la sua attività nei vari paesi a sostegno dei migranti?

Quando ho cominciato a lavorare sono stata inviata in Sudan. Ho incontrato dei bambini che ho provato ad aiutare, ma dal più grande ho ricevuto un “no”, e poi: “chiederò l’elemosina e li cresceró”. Era un bambino eritreo e gli altri 4 non erano suoi fratelli, si erano conosciuti nel viaggio. È scattata in me la volontà di aiutare chi lascia la propria terra e con un progetto di adozione a distanza, riuscimmo a far studiare quei cinque bambini, uno di loro è adesso un dentista.

Ma parliamo del Sinai, dove aveva sentito che le persone erano incarcerate per il traffico di organi.

Quando appresi la notizia chiesi informazioni alla Caritas e all’Unhcr ma il governo egiziano non permetteva l’ingresso nelle carceri. Feci di tutto per incontrare uno sceicco salafita, che in moschea predicava che non si dovevavo uccidere gli essere umani. Il giorno dell’incontro non volle collaborare, poi cambiò idea. Ho visto 15 prigioni in cui erano ammassati per lo più eritrei prelevati in Sudan o fermati nel passaggio in Israele.

Tramite una guida beduina e le telefonate con i migranti prigionieri, dopo giorni di ricerche riuscivamo a liberare qualcuno: erano sotto terra nascosti, li prendevamo di notte di nascosto dai carcerieri. Siamo riusciti a salvare 750 persone che con l’Unhcr sono stati ricollocati. Avevano subito torture indescrivibili: bruciature con la plastica calda, elettroshok, le donne venivano struprate 5 volte al giorno. Sono stati uccisi oltre 4 mila persone e poi sepolti nella sabbia.

Ho bussato a tante porte, presentato le foto delle torture a tanti governi, sono stata alla Commissione Europea, ho incontrato l’Unione africana, ma solo il governo etiope ha concesso un visto: sono state trasferite 10 mila persone.

Cosa succede adesso che di migranti nelle nostre coste ne arrivano molto meno?

Attualmente sono in Libia nelle carceri. La comunità europea sta permettendo un grande crimine. Tutti ne sono consapevoli. Le ONG denunciano ogni giorno ma non si arriva mai ad una soluzione percorribile per salvare degli esseri umani. Spesso si tende a esasperare i numeri per creare terrore. La mia rabbia è che sappiamo ormai cosa succede e non facciamo nulla perchè finiscano.

Cosa possiamo fare noi oggi per poter cambiare questo stato di cose?

Basta aprire i cuori. Dovremmo imparare ad amare gli altri come noi stessi, e quindi ognuno dovrebbe cominciare ad amarsi di più. Perchè è solo conoscendo bene se stessi che si può amare l’altro, che è come me, uno che ama la vita e vuole vivere.