Le ali della libertà… per non dimenticare la Shoah

di Gaetano Lauricella

Voci, suoni, colori, emozioni… nel racconto di tre vite straordinarie che hanno saputo fare la differenza in un periodo non certo facile della storia del ‘900. Un pomeriggio diverso dal solito quello vissuto da alcuni giovani agrigentini venerdì 27 gennaio, presso la sede della Fondazione Mondoaltro. Una data speciale divenuta ormai simbolo della Memoria della Shoah, a 72 anni da quel 27 gennaio del 1945, in cui le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz, rivelando al mondo, per la prima volta, l’orrore dello sterminio di sei milioni di ebrei (e non solo) durante la seconda guerra mondiale. L’iniziativa, promossa da Caritas Diocesana Agrigento, ha visto la partecipazione degli studenti del Liceo Scientifico Leonardo, nonché dei giovani scouts del Gruppo Porto Empedocle 1, ai quali è stata proposta un’esperienza forte e intensa. Al loro arrivo, un’accoglienza inattesa. Ai ragazzi è stato chiesto di lasciare cellulari e zaini e vivere nel silenzio l’esperienza preparata per loro. Cosa si prova a stare in piedi tutti stretti, senza la libertà di muoversi? Cosa ti passa per la mente nell’attimo preciso in cui un numero marchiato sulla pelle sostituisce per sempre la tua identità? E poi l’esperienza terribile del viaggio, dell’attesa silenziosa, del buio… fino a quella meta, mai immaginata: sulla parete viene proiettata l’immagine di un cancello spalancato alla cui sommità è scritto “Arbeit macht frei”. È l’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz. L’emozione dei ragazzi si fa più intensa quando un video li proietta all’interno del campo di concentramento, un viaggio virtuale nei luoghi della Shoah, sulle sconvolgenti parole tratte dalle pagine di “Se questo è un uomo”, di Primo Levi. Lì, su un angolo della scena, il simbolo visibile della negazione di ogni libertà: una recinzione di filo spinato, quasi a simboleggiare la fine di ogni speranza. Ma nei momenti più oscuri della storia dell’umanità emergono sempre i volti di tanti uomini giusti, i quali scelgono con coraggio di percorrere le vie del bene e della giustizia, anche a costo della propria vita. Inizia così il racconto – preparato dai volontari in Servizio Volontario Europeo – della vita di tre uomini comuni vissuti nella metà del secolo scorso, la cui storia ha appassionato i giovani intervenuti all’evento. Dalla lucida follia di Giorgio Perlasca, uomo d’affari italiano che fingendosi un diplomatico spagnolo salvò più di 5.000 ebrei del ghetto di Budapest, alla straordinaria dote umana e sportiva di Gino Bartali, famoso campione del ciclismo italiano che decise di mettere il proprio talento fisico al servizio di qualcosa di più grande, trasportando documenti contraffatti nel telaio della bicicletta per 200 km sulla strada tra Firenze e Assisi, e riuscendo così a far espatriare più di 800 ebrei. Fino al sacrificio d’amore di padre Massimiliano Kolbe, frate francescano che si offrì di morire al posto di un padre di famiglia, il quale aveva tentato la fuga e per questo era stato destinato dai nazisti alla fucilazione. Il racconto delle tre vite è stato impreziosito dagli interventi artistici di Paolo Colajanni, che ha proposto ai ragazzi delle letture di scritti e testimonianze relative ai tre personaggi, e di Davide Burgio, seminarista e musicista, il quale con la sua chitarra e la sua voce ha emozionato i presenti, sulle note di Auschwitz, celebre brano di Francesco Guccini.

Ma il momento centrale dell’evento ha visto i ragazzi divenire i veri protagonisti del racconto, quando è stato chiesto loro di scrivere sulla sagoma di una rondine un proprio talento da mettere al servizio degli altri: le sagome sono state poi attaccate alla recinzione, trasformando il filo spinato in uno stormo di rondini colorate con le ali aperte, simbolo di libertà.

Insomma, un modo attivo di vivere la Giornata della Memoria: non una memoria fine a se stessa, ma piuttosto un ricordare il passato per costruire insieme un futuro di libertà, di giustizia e di pace, e ciò a partire dall’impegno personale. Perché come ci ricorda Papa Francesco: “Il nostro cuore si edifica sulla memoria di quegli uomini e di quelle donne che ci hanno fatto avvicinare a sorgenti di vita e di speranza a cui potranno attingere quelli che seguiranno.”