Non si butta via niente

“Non si butta via niente”. Ce lo dicevano sempre i nostri nonni, maestri di essenzialità, figli di una generazione che considerava lo spreco alimentare un peccato contro Dio e contro l’umanità. Eppure ce ne siamo dimenticati, travolti dall’ansia di una “società del benessere”, continuamente protesa al progresso e ad un modello di sviluppo che crea continuamente occasioni di spreco. E tutto ciò nel nome di un’economia che, trasformatasi da mezzo a fine, ci rende tutti semplici rotelle dell’ingranaggio produttivo. Acquistiamo continuamente beni, nella convinzione di averne realmente bisogno, salvo poi finire nell’immondizia perché inutili. Un problema che ha assunto negli ultimi due decenni una dimensione spaventosa, soprattutto nel settore dell’alimentazione. Un terzo del cibo prodotto nel mondo viene sprecato. È il dato che emerge dai recenti rapporti della FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, secondo cui il volume globale di alimenti gettato ogni anno a livello mondiale è pari a 1,3 miliardi di tonnellate partendo dai campi, passando attraverso la trasformazione e la distribuzione e per finire nelle nostre cucine. In termini economici lo spreco è pari a 750 miliardi di dollari (circa 565 miliardi di euro), equivalente al PIL di Svizzera e Turchia. Nel nord del mondo la concentrazione maggiore di spreco nella filiera agroalimentare riguarda i consumi domestici: le famiglie europee, ad esempio, sprecano annualmente ben 47 milioni di tonnellate di alimenti, spesso gettati nella pattumiera prima ancora che si deteriorino. Nel sud del mondo, invece, il cibo si spreca soprattutto durante la trasformazione e lavorazione del prodotto, per la mancanza di adeguati strumenti per la conservazione e il trasporto veloce.
Ma oltre ad essere un problema economico, lo spreco alimentare è un problema ecologico, in quanto si ripercuote sullo sfruttamento delle risorse naturali: un consumismo sfrenato richiede livelli di produzione elevati, e questo significa utilizzare più materie prime e più energia. Basti pensare che il 30% della terra destinata all’agricoltura viene utilizzata per produrre cibo che non arriva mai a destinazione e il consumo di risorse idriche superficiali per la produzione di alimenti è di circa 250 km cubici. Si tratta di dati allarmanti per il futuro dell’umanità se si pensa che, secondo il rapporto FAO, il continuo aumento della popolazione e la conseguente domanda di cibo richiederanno al pianeta un consistente incremento della produzione alimentare entro il 2050. Cosa fare? Quale geniale soluzione tecnica potrà risolvere il problema?
Forse è necessario un cambio di prospettiva: ripartire dalla persona umana! È la sfida che il cardinale Luis Antonio Tagle, presidente di Caritas Internationalis, ha lanciato al consiglio della FAO, riunito a Roma lo scorso maggio per discutere le possibili soluzioni del problema: «Assicurare che i frutti del lavoro umano non vadano perduti è una questione di giustizia. Un problema così grande come la fame, come la distribuzione degli alimenti non è un problema tecnico solamente: è una crisi umana! È per questo che si deve cambiare la prospettiva, passando da una prospettiva puramente tecnica allo sviluppo integrale della persona umana e anche della società». Ce lo ricorda anche Papa Francesco nella Laudato Si, laddove individua la prospettiva della costruzione di un futuro sostenibile attraverso «opere concrete nella diversificazione dei modelli di produzione e consumo del cibo». Una sfida che interpella in primis gli stati e i governi, ai quali è richiesto il coraggio di credere ad una nuova economia circolare in contrasto con la cultura dello scarto.
Il tema è già entrato nel dibattito politico di diversi stati europei e ha portato i primi frutti in termini di normative “anti-spreco”. Proprio l’Italia ne è un esempio virtuoso, con l’approvazione della recente legge 166/16 contro lo spreco alimentare, la quale regola la donazione e distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale. Al momento si tratta del miglior esempio normativo a livello europeo sull’argomento; la legge mira a ridurre gli sprechi nelle fasi di produzione, trasformazione, distribuzione e somministrazione dei prodotti, valorizzando le buone pratiche di solidarietà sociale, che per fortuna in Italia non mancano: dagli “Empori della solidarietà”, supermercati speciali nei quali i prodotti donati da chi possiede di più vengono distribuiti a chi possiede di meno, ai “panifici solidali”, dove il pane invenduto a fine giornata viene donato a chi non ha la possibilità di acquistarlo; fino all’iniziativa del “Pasto sospeso” promossa dalla Coop.va Sociale Al Kharub – Ginger people&food, in collaborazione con Caritas diocesana Agrigento: i clienti del ristorante etnico Ginger avranno la possibilità di lasciare un contributo libero che consentirà di offrire un pasto caldo a famiglie indigenti.
Iniziative come queste ci ricordano che la costruzione di un futuro sostenibile non riguarda solo chi è chiamato ad operare scelte politiche a livello nazionale e internazionale, ma interpella ciascuno di noi, mette in discussione i nostri stili di vita e le abitudini di consumo. Siamo tutti chiamati a dare il nostro contributo a questo cambiamento culturale, per un impegno al riconoscimento del diritto al cibo di ogni essere vivente.