Rubrica #ParolediPace

Pace è… #ISTRUZIONE

di Dalila Alagna

Si può insegnare la Pace? Domandone di quelli che ti lasciano con la pagina bianca per almeno un paio di giorni, come è accaduto a me. Perché fino a quando sei studente, e la domanda ti viene fatta da studente, puoi iniziare a sciorinare tutto ciò che ricordi sulla parola “pace”. Per esempio che la pace si fa alla fine di una guerra, puoi ricordare vagamente le espressioni “pace di Cambrai” o “pace di Lodi”, magari richiamerai alla mente la fine della prima o della seconda guerra mondiale. Ma quando la domanda ti viene fatta perché ti trovi dall’altra parte della barricata, le cose si fanno più complicate.

È da tre anni, infatti, che sono ritornata a scuola e che mi trovo ad abitare quel luogo famosissimo, e al tempo stesso misterioso, che si trova al di là della cattedra. Da quel posto lì, il termine pace assume significati nuovi, che vanno oltre le mere nozioni storiche e le date.

La parola pace, adesso che sono un’insegnante, la accosto alla parola responsabilità. Quella che gli adulti hanno nei confronti di tutti i bambini, giovani e ragazzi, di tradurre e tramandare in parole e azioni questo mondo. Per far sapere loro come è stato, come è cambiato, come l’uomo lo ha vissuto e lo vive, ma soprattutto per aiutarli a capire il loro ruolo in questo gran caos, chiamato vita. Compito non affatto semplice, perché, prima che la pace nel mondo, i nostri ragazzi vivono raramente la pace con se stessi. Li vedi appollaiati dietro i banchi, inizi a conoscerli, un po’ timidi, un po’ sfrontati, gli sguardi sbiechi, i tic, le bugie, i cellulari nascosti, le manie. Capisci da cosa dicono, da come lo dicono, da ogni piccolo gesto, che stanno combattendo una battaglia, ognuno con la propria identità, e con qualcosa che c’è fuori. Sentono tante persone che parlano di loro: genitori, docenti, presidi, giornalisti, persone. Quasi sempre questo parlare è un parlare al negativo: un po’ sono tutti drogati, un po’ sono tutti fannulloni, e con i social, non sanno pensare, né leggere, né scrivere. E loro sono lì, in mezzo a tutto questo, inascoltati e attori passivi di negatività. Così, diventa quasi inevitabile che inizino a scrivere la loro storia con parole e cose quanto mai lontane da pace, bene, speranza, futuro.

Quando ti ritrovi in una stanza con venti ragazzi che ti guardano e non capiscono cosa pensi di loro, cosa vuoi da loro, come fai ad insegnare la pace? La risposta è semplice, non lo fai. Perché la pace non si insegna.

Infatti si può istruire alla pace, possiamo dare dei contenuti sulla pace, che però rimangono tali se non si educa alla pace.

Istruire ed educare sono due concetti affini, con il primo vogliamo riempire qualcuno con qualcosa, con il secondo vogliamo tirare fuori da qualcuno qualcosa. Istruire alla pace significa quindi raccontare la pace. E per farlo in maniera efficace è necessario mettere in pratica la pace, incarnare la pace, il bene e la speranza in modo tale da fare vedere ai ragazzi che la pace esiste. È necessario essere semplici, portare i nodi al pettine e scioglierli con un genuino sorriso, mostrando fiducia, incoraggiando alla fatica dello studio, allo sforzo, rimproverando quando serve, essendo autentici.

È da questo momento che si educa alla pace perché, come fiumi, la pace uscirà da dentro il cuore di ogni ragazzo che si è sentito semplicemente ascoltato.

Quanto è importante “fare” la pace a scuola, nelle nostre scuole, in questo territorio, non sto qui a dirvelo, perché non penso di possedere le parole adeguate per farlo.

So solo che abbiamo bisogno di ragazzi che conoscono la pace, che sono capaci di sperare.