Sui passi della memoria

di Lorena Scalzo e Valerio Landri

Pasquale, Maria Rita, Marialetizia, Nelly e Giuseppe – con il contributo delle parrocchie che li hanno scelti ed inviati – hanno staccato i biglietti per il «Viaggio della Memoria» per il 15-18 maggio. Arrivati a Cracovia hanno avuto modo di incontrare – al Santuario della Divina Misericordia – la Caritas Diocesana locale per scoprire le attività che essa svolge in una Chiesa ancora carica dell’entusiasmo della GMG del 2016.

La visita del quartiere ebraico di Kazimierz e del ghetto ha preparato la visita al campo di concentramento di Auschwitz–Birkenau. Volti curiosi che non sapevano bene che cosa avrebbe portato quella visita in loro, un lungo tragitto in bus che li ha condotti fino ad Oswieçim – nome polacco di Auschwitz che è stato poi cambiato dai tedeschi.

Arrivati al cancello del campo, gli occhi dei ragazzi si sono spalancati, la guida li ha portati dentro ripercorrendo i passi dei deportati. Tanto verde intorno al campo di concentramento e anche fra i vari blocchi: mentre la natura parlava di vita, sembrava assurdo che quella fosse la «fabbrica della morte».

Ogni blocco raccontava un pezzo della storia di milioni di persone che per diverse motivazioni (ebrei, asociali, rom/sinti, testimoni di Geova, omosessuali, criminali comuni, dissidenti politici…) erano state ritenute indegne di continuare a vivere.

Un pezzo della storia che in fondo è la storia di tutti noi: dalla stanza dei capelli, le valigie, le scarpe fino alla visita di una camera a gas…gli occhi dei ragazzi erano lucidi, pieni di emozione e di tante domande.

Birkenau è una “perfetta” macchina di morte, luogo in cui la più alta capacità organizzativa è applicata al massimo del male che l’uomo possa immaginare. L’immensità di quel luogo e la precisione matematica delle procedure di annientamento dell’uomo lasciano tutti senza parole. Una preghiera davanti al monumento – una tomba simbolica – in memoria di tutte le vittime e un monito a tutti i popoli europei affinché si faccia memoria, affinché tutto quel male non si ripeta mai più.

In polacco si dice che «bisogna ascoltare quello che Auschwitz ha da dire ad ogni uomo» che lo visita, ad ognuno dice qualcosa di diverso e la memoria si pone fra le persone, come elemento di unione delle relazioni.  Il sacerdote fondatore del Centro del Dialogo e dell’incontro – Manfred Deselaers – lascia un messaggio alla delegazione agrigentina in visita: «Auschwitz non riguarda tanto l’uccisione delle persone, ma la distruzione delle relazioni umane. Come posso fidarmi di mio fratello? Il dialogo è sempre possibile ed è un nostro obbligo il costruire relazioni basate sul rispetto dell’uomo in quanto tale perché quello che quel luogo vi ha detto diventi impegno quotidiano affinché non accada mai più nulla di simile. Questo luogo oggi deve essere un punto per costruire la pace e anche da tutto questo orrore bisogna trovare quanto di buono può esserci, come l’esempio di uomini come Padre Kolbe».

Il loro viaggio non si chiude qui. Li aspetta adesso il difficile compito di farsi testimoni presso i giovani delle loro comunità, perché anche i loro occhi possano aprirsi agli orrori della Shoah e le loro scelte possano invece muoversi verso la costruzione di un futuro di pace e di rispetto della dignità di ogni vita.